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INFEDELTA' CONIUGALE

Infedeltà Coniugale Agenzia Investigativa Milano , specializzata nelle investigazioni aziendali, concorrenza sleale, bonifiche telefoniche, investigazioni private, Civili, Penali, indagini economiche e infedeltà coniugale

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INVESTIGAZIONI PRIVATE
Infedeltà coniugale – riduzione e/o aumento assegno mantenimento; indagini affidamento minori - Osservazione comportamento giovanile - Protezione dei minori (droga etc.) Rintraccio persone scomparse. Sorveglianza per la protezione da adescamenti e circonvenzioni di minori, anziani e incapaci - investigazioni per delitti di stalking o molestie.

INVESTIGAZIONI INDUSTRIALI
Concorrenza sleale - Controspionaggio e Antisabotaggio Industriale - Infedeltà Professionale di Soci e Dipendenti - Ammanchi contabili - Operazioni Finanziarie illecite - Assenteismo dei dipendenti - Fughe di notizie - Scorrettezze nell’assegnazione di appalti - Protezione marchio aziendale - Contraffazione dei prodotti – Diffusione o sabotaggio dei segreti industriali - Protezione dei brevetti - Indagini su furti – Indagini Recupero refurtiva - Bonifiche telefoniche ed ambientali (cimici, microspie etc.)

INDAGINI DIFENSIVE
L’investigatore privato, su mandato legale, è autorizzato a svolgere le indagini difensive (Art. 222 del D.L.vo 271/89 ed Art. 327 Bis del c.p.p. così come modificati dalla L.397/2000), nonché attività investigativa preventiva (art. 391/nonies), individuazione elementi di prova a favore dell' indagato o della parte lesa, sopralluoghi tecnici e, colloquio, ricezione di dichiarazioni e assunzione informazioni (art. 391/bis)

INVESTIGAZIONI ECONOMICHE FINANZIARIE E RECUPERO CREDITI
Investigazioni commerciali - patrimoniali - personali e societari - Controllo solvibilità e affidabilità verifica protesti - Rintraccio debitori irreperibili - Rintraccio beni mobili e immobili pignorabili SICUREZZA E TUTELA
Sicurezza e tutela personale di industriali, investitori, manager, vip, artisti e stilisti. Sicurezza Eventi e Tutela Area Vip Pedinamenti con finalità di protezione della persona Indagini relative a persone scomparse Investigazioni relative a delitti di estorsione, calunnie, molestie (anche telefoniche) Investigazioni relative a tentativi di ricatti.

INVESTIGAZIONI INTERNAZIONALI - PAESI CON CUI OPERIAMO:
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Di seguito riportiamo alcune sentenze relative all’infedeltà coniugale ed all’obbligo di fedeltà:

Infedeltà Coniugale e risarcimento danno: Cassazione la sentenza n. 8862/2012: La sentenza si pone in contrasto con un costante precedente orientamento giurisprudenziale secondo il quale il tradimento di un coniuge poteva comportare l’addebito della separazione ma non un risarcimento in termini economici. Ora la Suprema Corte ha rivisto il principio, rivalutando la lesione del diritto alla salute costituzionalmente garantito a causa della violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale.

Il caso portato all’attenzione della Corte è uno dei più frequenti nella pratica giudiziaria.
Si rivolgeva al Tribunale la moglie lamentando che il fallimento del matrimonio fosse imputabile al marito a seguito della sua continua e perdurante relazione extraconiugale.
Stante l’elevato reddito del coniuge e la presenza di due figlie non autonome, chiedeva un assegno di mantenimento per costoro ed un assegno di mantenimento per sé stessa, nonché il risarcimento dei danni non patrimoniali a seguito proprio della rottura del matrimonio imputabile al tradimento. Inoltre chiedeva la restituzione di circa 25mila euro versati al coniuge e mai restituiti.
Il tribunale accertata la situazione nei termini segnalati dalla donna e la violazione degli obblighi matrimoniali da parte del marito.
Addebitava la separazione a quest’ultimo, assegnava la casa coniugale alla moglie, disponeva un congruo assegno di mantenimento per le figlie, ma nulla prevedeva in favore della moglie. Tuttavia escludeva qualsiasi forma di risarcimento dei danni per la violazione dell’obbligo di fedeltà, sulla base della non risarcibilità in termini economici del tradimento. Inoltre, accertato che durante il matrimonio la moglie aveva effettivamente versato circa 25mila euro al marito per l’acquisto di un appartamento che era rimasto a lui intestato, lo condannava alla restituzione della somma.
Avverso la sentenza proponevano appello entrambe le parti, la moglie lamentando la mancata attribuzione di un risarcimento dei danni per il tradimento subito, e chiedendo una migliore determinazione del mantenimento per le figlie, il marito chiedendo la revoca dell’assegno e la restituzione della somma versata.
La Corte di Appello di Ancona confermava la sentenza ritoccando soltanto gli importi dell’assegno per le figlie.

RICORSO ALLA CORTE SUPREMA
Entrambi i coniugi ricorrevano alla corte di Cassazione.
Il marito eccepiva l’ingiustizia dell’addebito della separazione senza che i giudici avevano esaminato le reciproche condotte dei coniugi nel rapporto matrimoniale.
Inoltre rilevava che il Tribunale, in contrasto con la normativa, lo aveva condannato a restituire la somma di 25mila euro alla moglie, somma che era stata versata, a detta del marito, nell’ambito degli obblighi vicendevoli relative alla collaborazione nell’interesse della famiglia.
Eccepiva ancora che erroneamente il Tribunale aveva assegnato l’intera casa coniugale alla moglie, mentre avrebbe potuto suddividerla in natura in due parti, una a ciascun coniuge.
Di contro la moglie ricorreva alla Corte di Cassazione lamentando sostanzialmente l’inesattezza di due punti delle sentenze precedenti, non conformi a suo dire, a giustizia: da un lato perché il giudice, pur avendo accertato la violazione degli obblighi matrimoniali per palese e continuativa infedeltà del marito, non lo aveva condannato al risarcimento dei danni. In secondo luogo perché aveva escluso il mantenimento per la moglie, pur essendosi accertato che questa viveva con un lavoro part-time, ricavando una somma non adeguata e non sufficiente per permetterle di mantenere il pregresso tenore di vita.

IL RIGETTO DELLA CASSAZIONE SULLE RICHIESTE DEL MARITO
I giudici della Corte Suprema rigettavano tutte le eccezioni sollevate dal marito, sia perché vertenti su circostanze di fatto e non di diritto, sottratte notoriamente all’esame del giudice di legittimità, sia perché le decisioni pregresse apparivano conformi a giustizia.
Per quanto riguardava la casa coniugale rilevavano l’inopportunità di una divisione che avrebbe comportato una riduzione di spazio per i figli, i quali avevano diritto a mantenere gli ambienti nei quali erano stati sempre abituati a vivere e non potevano essere penalizzati dalla crisi coniugale dei genitori.
Per ciò che invece riguardava la condanna a restituire l’importo di 25mila euro con i quali il marito aveva acquistato un altro immobile intestandolo a se stesso, rilevava il Collegio che conformemente a numerose precedenti sentenze, l’obbligo di solidarietà familiare e di contribuire ai bisogni della famiglia, sussiste in relazione alle sostanze ed alla capacità di lavoro professionale e casalingo di ciascuno, ed è finalizzato proprio a soddisfare i bisogni dei genitori e dei figli. E’ tuttavia altrettanto vero che, in relazione ad attività e ad operazioni economiche straordinarie e rilevanti per importo, (per esempio in caso di acquisto di un immobile), ben possano sussistere rapporti di debito e di credito fra i coniugi, come tra qualsiasi altro soggetto.
Rapporti che vanno rispettati e quindi legittimamente il Tribunale e la Corte di Appello avevano condannato il marito a restituire il rilevante importo versato dalla moglie, soprattutto perché finalizzato all’acquisto di un immobile che era rimasto intestato solo al marito.

DIRITTO AL MANTENIMENTO PER LA MANIFESTA DIFFERENZA DI REDDITI FRA I CONIUGI
Il primo dei motivi di impugnazione della moglie veniva invece accolto anche in tal senso aderendo ad un pregresso orientamento giurisprudenziale.
Riteneva la Cassazione infatti come la circostanza per cui la moglie svolgesse lavoro part-time presso un ente pubblico, non poteva di per sé stesso escludere il diritto all’assegno di mantenimento, ove fosse rilevabile una importante differenza di redditi fra marito e moglie, soprattutto nel caso in esame, in cui nessuna colpa del fallimento dell’unione poteva essere addebitata alla donna.
Infatti il giudice di primo grado, si limitava a sostenere che, il semplice fatto che la donna svolgesse attività lavorativa retribuita, faceva ritenere che essa fosse autonoma e in grado di mantenere il tenore di vita precedente. Tale tesi dei giudici a quo non era condivisibile, in quanto un’attività lavorativa qualsivoglia come quella nella specie, non è detto che sia in grado di far mantenere alla moglie il tenore di vita del quale godeva precedentemente e che veniva a cessare per il comportamento dell’altro coniuge.

L’ORIENTAMENTO TRADIZIONALE: IL TRADIMENTO COME CAUSA DI ADDEBITO MA NON DI RISARCIMENTO
Del tutto innovativa è viceversa la sentenza della Corte di Cassazione sotto questo ultimo profilo.
In realtà i giudici del Tribunale e della Corte di Appello si erano conformati all’orientamento giurisprudenziale pregresso per cui la violazione dell’obbligo di fedeltà non darebbe luogo ipso jure ad alcun motivo di risarcimento del danno, a meno che tale violazione non sia posta in essere con sistemi e mezzi tali da configurare altri illeciti, come nel caso di atteggiamenti ingiuriosi o diffamatori.
Pertanto il principio a cui attenersi è stato costantemente quello di ritenere che la violazione dell’obbligo di fedeltà sentimentale e sessuale, potesse dare luogo semplicemente all’addebito della separazione, ma non ad un risarcimento in termini monetari.
La Corte Suprema ha sempre statuito infatti come “La domanda di risarcimento del danno contrasterebbe con il diritto del coniuge di perseguire le proprie scelte personali, soprattutto in conseguenza della legge che ha eliminato il carattere illecito dell’adulterio: il desiderio di libertà e felicità del marito, pur comportando la disgregazione della famiglia, può essere sanzionato con l’addebito della separazione, ma non potrebbe configurarsi quale fonte di risarcimento dei danni”.

MELIUS RE PERPENSA Il Collegio, viceversa, rilevava che la pregressa interpretazione non teneva conto dell’evoluzione giurisprudenziale di questi anni, né dell’affermarsi e dell’estendersi di uno dei fenomeni sicuramente più rilevanti nel diritto di famiglia, e cioè l’introduzione e la logica dei metodi della responsabilità civile nel rapporto tra coniugi e tra genitori e figli, che del resto si inserisce nel più generale ampliamento nell’area della responsabilità aquiliana. E’ vero, proseguiva la Corte, che il carattere illecito dell’adulterio era stato escluso dalla Corte Costituzionale con le notissime sentenze, ma ciò solo sotto il profilo penale. Viceversa argomentava la Cassazione, la violazione dei diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti, anche ai sensi dell’art. 2 della Costituzione, incidendo sui beni essenziali della vita, deve necessariamente dar luogo al risarcimento dei danni non patrimoniali.
Infatti non è più condivisibile la considerazione per cui condannando il marito ai danni, si verrebbe a creare una duplicazione di sanzioni, da un lato con l’addebito e dall’altro con il risarcimento, dando luogo a diritti assolutamente inesistenti, non essendo rilevabile alcuna violazione del principio del neminem laedere.
Va di contro precisato che, la responsabilità fra coniugi o dei genitori nei confronti dei figli, non si fonda sulla mera violazione dei doveri matrimoniali o di quelli derivanti dal rapporto di genitorialità, ma sulla lesione a seguito dell’avvenuta violazione di tali doveri, di beni inerenti la persona umana come la salute, la privacy, i rapporti relazionali, ecc. Tutte circostanze che sono riferibili anche alla violazione dell’obbligo di fedeltà.

LA VIOLAZIONE DELL’OBBLIGO DI FEDELTA’ IN PARTICOLARE
Tale ultima violazione, di fatto incidendo sul bene essenziale della vita, alla serenità ed alla salute, produce realmente un danno ingiusto con conseguente obbligo risarcitorio secondo la normativa generale sulla responsabilità civile. Possono dunque sicuramente coesistere, secondo la Cassazione, sia la pronuncia di addebito, sia quella di risarcimento del danno, considerati i presupposti, i caratteri e le finalità del tutto differenti nei due istituti giuridici. Era pur vero che i giudici del Tribunale e della Corte di Appello, avevano rilevato come, nel caso in ispecie, non era ravvisabile né il carattere ingiurioso, né manifestazioni rilevanti di disdoro per la donna, tuttavia i magistrati non avevano considerato la semplice incidenza, dedotta dalla moglie, del tradimento sulla propria privacy, sulla reputazione e in sostanza sul proprio diritto alla serenità familiare e sullo star bene.
Conclusivamente la Corte modificando un solido e costante orientamento giurisprudenziale precedente, ha introdotto per la prima volta il diritto al risarcimento per la violazione dell’obbligo di fedeltà, aprendo la strada ad un non improbabile rilevantissimo contenzioso nell’ambito del diritto di famiglia, con un sicuro allungamento di processi, che necessiteranno ora di mezzi probatori articolati proprio al fine di dimostrare la violazione agli obblighi di coniugio.

Infedeltà coniugale: per la Cassazione il danno è risarcibile:
Il riconoscimento da parte della Suprema Corte del diritto al risarcimento del danno derivante da responsabilità civile nella famiglia ha attraversato un lungo percorso giurisprudenziale prima di essere a tutti gli effetti consacrato a rimedio per tutte quelle condotte perpetrate da un componente della famiglia in danno dell’altro, nel caso di specie da un coniuge in danno dell’altro coniuge.
Dapprima, infatti, la Corte ha riaffermato la centralità della lesione di un interesse della persona di rango costituzionale, quale presupposto del risarcimento del danno alla persona, pur in assenza di una previsione legislativa ad hoc, assecondando il risarcimento del danno causalmente riconducibile alla condotta, dolosa o gravemente colposa, lesiva di un diritto inviolabile direttamente riconducibile agli artt. 29-30 Cost. (ex pluribus Cass. SS.UU. nn. 26972-26975 del 2008). Da ultimo, la Corte di Cassazione con la sentenza n. 18853/11 ha sancito che, data la natura giuridica dei doveri coniugali, non sussiste alcun rapporto di pregiudizialità tra la domanda di addebito e quella di risarcimento dei danni.
Pertanto, a prescindere dalle controversie nell’ambito della separazione, e dal fatto che, in molti casi la domanda di una separazione o divorzio giudiziale venga trasmutata in consensuale o congiunta, è sempre possibile ottenere, con domanda al giudice civile ordinario, il risarcimento per il danno intrafamiliare, estrinsecatosi, nel caso di specie, in una plateale condotta fedifraga del marito lesiva, per il fatto in sé, ma anche per le modalità con le quali è stata consumata, della dignita’ e onore della moglie. La pronuncia suddetta, difatti, afferma che l’infedelta’ che abbia leso la dignita’ e l’onore del coniuge tradito rappresenta un illecito civile suscettibile di risarcimento danni : “Anche nell’ambito della famiglia i diritti inviolabili della persona rimangono infatti tali, cosicchè la loro lesione da parte di altro componente della famiglia può costituire presupposto di responsabilità civile. Fermo restando che la mera violazione dei doveri matrimoniali, o anche la pronuncia di addebito della separazione, non possono di per sè ed automaticamente integrare una responsabilità risarcitoria, dovendo, in particolare, quanto ai danni non patrimoniali, riscontrarsi la concomitante esistenza di tutti i presupposti ai quali l’art. 2059 cod. civ., riconnette detta responsabilità, secondo i principi da ultimo affermati nella sentenza 11 novembre 2008, n. 26972 delle Sezioni Unite, la quale ha ricondotto sotto la categoria e la disciplina dei danni non patrimoniali tutti i danni risarcibili non aventi contenuto economico e, quindi, entrambi i tipi di danno in relazione ai quali è stata formulata la domanda dell’odierna ricorrente” (Cass. 15 settembre 2011 n. 18853) .
Spetta al coniuge tradito, però, provare l’entita’ dei danni subiti, sia morali che economici: la violazione dei doveri coniugali può, infatti, ledere diritti costituzionalmente protetti qualora si dimostri che la condotta illecita -nella specie l’infedeltà- abbia dato vita ad una lesione dell’integrità psichica e fisica, abbia portato a conseguenze pregiudizievoli della reputazione della vittima, oppure si sia concretizzata in atti specificamente lesivi della dignità della persona. Dall’orientamento giurisprudenziale anzidetto ed in particolare in seguito alla recentissima pronuncia esaminata scaturiranno inevitabilmente una innumerevole quantità di processi per il risarcimento del danno da infedeltà coniugale.

Infedeltà Coniugale:
NON VOLERE FIGLI NON GIUSTIFICA IL TRADIMENTO DEL MARITO” - Cass. civ. n. 16089/2012 –

Addebito o non addebito, è questo il dilemma. A risolverlo hanno tentato le corti di merito con esito opposti, infatti, mentre il Tribunale pronunciava la separazione con addebito per il marito, contrariamente, la Corte d’Appello ha riformato la sentenza graziandolo dall’addebito.
Per quale motivo ? Che il marito fosse fedifrago era provato, concretamente e con certezza, avendo questi intrapreso una relazione clandestina con un’altra donna già dal 2003, tuttavia la scelta del coniuge di venir meno ai suoi doveri era stata determinata, a suo dire, non da pulsioni incontrollabili ma dal venir meno dell’unione d’intenti con la moglie, la quale, a quell’epoca, gli aveva confessato di non voler avere dei figli con lui.
La Corte trentina ha quindi ritenuto che il tradimento fosse stato una reazione del tutto proporzionata alla scelta della moglie di non procreare con il coniuge.
Contro tale decisione proponeva ricorso in cassazione la moglie tradita, con tre motivi tra loro connessi: contestando in primo luogo che l’affermazione della donna (che in realtà era una confidenza fatta alla cognata) potesse aver determinato la scelta del marito di intraprendere una relazione extraconiugale; ciò, e questo è il secondo motivo, perché la relazione era iniziata ben prima che la donna esternasse la sua intenzione di non dare figli al marito, ed infine, a contorno, si eccepiva la contraddittorietà della motivazione della Corte d’Appello.
La Cassazione critica la sentenza trentina ritenendo illogico il tentativo di creare un collegamento tra la scelta del marito di intraprendere una liaison con la segretaria (che storia scontata !) e la dichiarazione della ricorrente di non voler avere un figlio dal marito, anche perchè a tale confidenza era seguita una ritrattazione, dubbi e la volontà della donna di riconciliarsi con il coniuge. Circostanze queste di cui il giudice d’appello non aveva tenuto conto.
Tuttavia la Corte di legittimità non cassa la sentenza, rilevando come le censure mosse dalla ricorrente non abbiano toccato il punto centrale della motivazione: ovvero, l’addebito non poteva essere attribuito al marito in quanto lo stesso aveva intrapreso la relazione extraconiugale in presenza di una crisi nel rapporto matrimoniale non più reversibile. Infatti, per giurisprudenza consolidata, la dichiarazione di addebito della separazione trova fondamento nell’accertamento di comportamenti (tenuti dal coniuge consapevolmente) contrari ai doveri coniugali, nonché nell’insorgenza di una situazione di intollerabilità del protrarsi della convivenza, causalmente relazionata alla condotta addebitabile. Tuttavia, ai fini suddetti, la violazione dei doveri scaturenti dal matrimonio deve intervenire non già quando sia ormai maturata l’intollerabilità della convivenza, ma in un momento pregresso, avendo essa stessa efficacia causale nella insorgenza della crisi coniugale (ex pluris Cass. civ. Sez. I, 1 giugno 2012, n. 8862).
Si ha addebito quindi, ove vi siano violazioni degli obblighi matrimoniali, di regola gravi e ripetute, che diano causa alla intollerabilità della convivenza, e non quando, all’opposto, in presenza di una crisi già esplosa, uno dei coniugi si ‘consoli’ tra le braccia di un altro/a.
Quanto al tentativo della corte trentina di bilanciare (o meglio giustificare) il tradimento con l’asserita volontà della moglie di non voler avere figli si deve notare che con il termine fedeltà, la cui radice significa fede, fiducia, si vuole effettivamente alludere non soltanto all’esclusività dei rapporti sessuali, ma ad ogni manifestazione della vita più intima dei coniugi, nella triplice sfera sentimentale, sessuale e generativa.
Tuttavia, il richiamo al dovere di fedeltà non può tradursi in una “trasfigurazione” dello stesso in un inesistente dovere di assecondare immediatamente il tassativo desiderio (nella specie procreativo) dell’altro coniuge.   Infatti l’evoluzione dei valori e dei modelli sociali di comportamento ha mutato i rapporti di coppia nel senso dell’eguaglianza e dell’autonomia, e con essi comportato il tramonto del ius in corpus e del debitum coniugale (Ferraro, Famiglia e Matrimonio, in Trattato di diritto di famiglia, diretto da Zatti, Giuffrè, 2001, 215).
La procreazione non costituisce più, dunque, l’esito normale o naturale del rapporto di coppia e dello stesso matrimonio, ben potendo essere rinviata (od anche esclusa).
La decisione di avere figli, che naturalmente rientra tra quelle affidate all’accordo dei coniugi, può essere bloccata dal “veto” unilaterale di uno dei due (Roppo, Il giudice nel conflitto coniugale. La famiglia tra autonomia e interventi pubblici, Il Mulino, Bologna, 1981, 314).
Non è più il matrimonio, in quanto istituzione, a costituire la via attraverso la quale assicurare all’uomo una discendenza. In passato regole del diritto e regole sociali valevano a garantire questa aspirazione. Per la donna il matrimonio costituiva pressoché l’unica prospettiva di vita degna; una volta sposata, la donna era tenuta all’obbedienza, e ad un obbligo di fedeltà, per lei sola, incondizionato, né poteva rifiutare i rapporti sessuali - dato che al marito spettava nei suoi confronti il ius in corpus -, o impedire che fossero fecondi - essendo le pratiche contrarie penalmente sanzionate. Oggi il diritto non offre più questa garanzia: la fedeltà resta il primo tra i doveri coniugali, ma è fondato su basi di reciprocità ed è privo di sanzione penale; il consenso al matrimonio non autorizza a rapporti sessuali non voluti; il controllo della fertilità non è riprovato, ma promosso in vista di una procreazione responsabile. L’aspirazione alla discendenza può, quindi, realizzarsi non in forza del diritto, ma del consenso, un consenso che non è solo quello iniziale, ma che deve rinnovarsi ogni volta.
In questo senso anche il giurista custode della tradizione doveva osservare come “la programmazione delle nascite da un lato - passata in gran parte dalle decisioni dell'uomo a quelle della donna - ed il potere dall'altro riconosciuto alla stessa moglie di abortire senza che sia richiesto il consenso del marito (...) sono espressioni dello stesso filone di tendenza che ha portato alla non incriminazione dell'adulterio ed al libero riconoscimento dei figli adulterini. Questa è rivoluzione: il rapporto familiare, chiuso per naturale tendenza, non trova più una difesa esterna al suo carattere istituzionale; ma questo forse è soltanto un segno che riflette la dilagante libertà dei costumi” (cfr. Trabucchi, Famiglia e diritto nell’orizzonte degli anni ‘80, in La riforma del diritto di famiglia dieci anni dopo, Bilanci e prospettive, Padova, 1986, p. 3 ss., specie p. 11 ss.).

Così, nella disciplina attuale il rapporto tra matrimonio e procreazione è più sfumato rispetto al passato, in quanto nella dimensione dei fini, il matrimonio civile è inteso ad instaurare la comunione materiale e spirituale tra i coniugi ma, diversamente da quanto previsto dal diritto canonico, non è istituzionalmente orientato alla generazione della prole. Nei rapporti tra coniugi, la generazione non costituisce materia di un diritto dell’uno nei confronti dell’altro, e di un correlativo dovere ma, piuttosto, oggetto di una libertà da esercitarsi insieme, solo se entrambi si è d’accordo. Il tramonto della soggezione della moglie al marito porta con sé la riconquista del privilegio nella generazione che la realtà biologica ha consegnato nelle mani della donna, nell’ambito di un rapporto affettivo e paritario (non proprietario) con il partner (Cossu, La filiazione legittima e naturale, in La famiglia, III, Torino, 2000, 25).
In questi termini, la sentenza trentina sembra fare un salto indietro di almeno 35 anni, rivendicando un inesistente ius in corpus nei confronti della moglie che giustificherebbe la ricerca di un diverso partner sessuale da parte del marito, cosa che appare illegittima, prima ancora che infondata in diritto.

Infedeltà coniugale e risarcimento: va provata lesione dell'integrità fisio-psichica
Cassazione civile , sez. VI, sentenza 17.01.2012 n° 610 Con la sentenza 17 gennaio 2012, n. 610, in tema di assegno di mantenimento, la Corte di Cassazione risolve una duplice questione, in termini di richiesta di risarcimento del danno subito a causa del tradimento del marito e in riferimento alla capacità lavorativa della figlia maggiorenne.
Nel caso di specie, la moglie aveva proposto ricorso per cassazione nei confronti del coniuge, lamentandosi della decisione assunta dalla Corte territoriale con cui, in parziale riforma della sentenza di primo grado in tema di separazione personale, aveva ridotto l’assegno imposto al marito per il mantenimento della moglie, revocando inoltre a quest’ultima l’assegnazione della casa coniugale.
In particolare, le doglianze si riferivano ai richiami operati dalla Corte a rendite vitalizie percepite dalla moglie e al generico impegno del marito di garantire un’adeguata sistemazione abitativa nei sui confronti. In realtà, secondo i giudici del Palazzaccio le censure contenute nel ricorso, inerenti alla quantificazione dell'assegno di mantenimento della ricorrente, sono fondate con riguardo alla ricostruzione della condizione economica di ciascuna delle parti ed al relativo raffronto, ritenendosi immotivata l’inclusione tra i cespiti di lei di una rendita assicurativa mensile, che lo stesso controricorrente non conferma, nonché all'impropria considerazione della futura, ipotetica e non meglio precisata soluzione alloggiativa offerta dal coniuge. Ciò è sufficiente per far ritenere agli Ermellini che nel caso specifico la riduzione sancita dal giudice di merito non avrebbe garantito un tenore di vita analogo alle condizioni di vita godute nel corso del matrimonio. Tuttavia altri due motivi di ricorso, presentati dalla moglie, vengono disattesi: il primo relativo al risarcimento del danno non patrimoniale collegato alla infedeltà del coniuge; il secondo relativo alla revoca del mantenimento alla figlia, ormai maggiorenne. Quanto al primo punto – condividendo il rigetto operato dal giudice di merito – la Cassazione, pur ribadendo la possibilità della richiesta dei danni anche in ambito familiare, non rileva nessuna lesione di diritti fondamentali e particolarmente dell’integrità fisio-psichica della moglie; riscontro negativo – si legge nella sentenza – che la ricorrente solo genericamente avversa, omettendo di dedurre l’esistenza di circostanze atte ad integrare gli estremi della invocata tutela risarcitoria. Quanto alla figlia il diniego di assegno paterno per il mantenimento ad opera del giudice di merito si fondano sulla puntuale verifica delle condizioni personali ed economiche della figlia ormai trentaseienne e titolare di rendita immobiliare nonché di titolo di studio universitario e, dunque, in grado di attendere ad occupazioni lucrative – peraltro offerte dal padre stesso - ingiustificatamente, invece, da lei rifiutate.
A nulla rileva l’assunto della ricorrente circa l'erroneo richiamo della laurea in architettura della figlia piuttosto che in conservazione e restauro di beni culturali, non apparendo decisivo in rapporto al possibile suo inserimento lavorativo nell'ambito dell'attività imprenditoriale svolta dal padre in ambito edilizio.
In conclusione, per i giudici di Piazza Cavour non emergono elementi che possano portare a conclusioni diverse da quelle già espresse in primo grado. Da qui l’accoglimento del primo motivo del ricorso, con la cassazione della sentenza impugnata limitatamente al motivo accolto, con rinvio, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte di appello territoriale, in diversa composizione.

Infedeltà coniugale: sì al risarcimento del danno ed alla pronuncia di addebito
Cassazione Civile n. 8862 del 01 giugno 2012

Commento:
La Corte di Cassazione, seguendo una nuova impostazione derivante dall’evoluzione giurisprudenziale in materia, con la sentenza n. 8862 del 01 giugno 2012 ha statuito che possono sicuramente coesistere la pronuncia di addebito ed il risarcimento del danno, considerati i presupposti, i caratteri e le finalità radicalmente differenti Secondo i giudici della Suprema Corte a rilevare è proprio la qualità di coniuge e la violazione degli obblighi nascenti dal matrimonio che, da un lato è causa di intollerabilità della convivenza, giustificando la pronuncia di addebito, dall’altro, si configura come comportamento che, incidendo su beni essenziali della vita, produce un danno ingiusto, con conseguente risarcimento, secondo lo schema generale della responsabilità civile.
Infatti la responsabilità tra coniugi non si fonda sulla mera violazione dei doveri matrimoniali, ma sulla lesione, a seguito dell’avvenuta violazione di tali doveri, di beni inerenti la persona umana, come la salute, la privacy, i rapporti relazionali, etc.
Ne consegue che la violazione dell'obbligo di fedeltà di un coniuge può dare diritto all'altro ad equo risarcimento del danno, considerate le incidenze di tale comportamento sulla salute, la privacy e la reputazione dell'altra parte.

Testo integrale:
 Svolgimento del processo
Il Tribunale di Macerata, con sentenza in data 16-26 marzo 2009, pronunciava la separazione giudiziale ore tra i coniugi F.L. e B.C., con addebito al marito, assegnando la casa coniugale alla moglie e disponendo l’affidamento congiunto delle figlie minori E. e F., con collocamento presso la madre; poneva a carico del F. assegni a favore delle due figlie, di importo differente; escludeva l’assegno di mantenimento, nonché risarcimento dei danni non patrimoniali per la moglie; condannava peraltro il F. a corrispondere alla moglie stessa somma da essa anticipata a favore del marito per l’acquisto di un appartamento. Avverso tale sentenza proponeva appello la B., lamentando la mancata condanna del marito alla corresponsione di assegno di mantenimento e risarcimento di danni a favore; censurava altresì la determinazione degli assegni a favore delle figlie, affermando che l’assegno maggiore doveva essere corrisposto a favore della figlia di età superiore; si doleva altresì del riconoscimento dei danni patrimoniali, in misura inferiore alle sue richieste. Costituitosi il contraddittorio, il F. chiedeva rigettarsi l’appello e, in via incidentale, escludersi l’addebito della separazione a suo carico; censurava altresì la quantificazione dell’assegno per le figlie, effettuato dal primo Giudice, nonché la condanna alla restituzione di somma a favore della moglie.
La Corte d’Appello di Ancona, con sentenza in data 17 marzo-16 aprile 2010, in parziale riforma della sentenza impugnata, modificava gli importi degli assegni per le figlie, confermando per il resto la sentenza impugnata.
Ricorre per cassazione la B.
Resiste con controricorso il F., che pure propone ricorso incidentale.
Resiste con controricorso al ricorso incidentale la B.
Motivi della decisione
Per ragioni sistematiche va esaminato dapprima il ricorso incidentale: si censura l’addebito per violazione dell’obbligo di fedeltà a carico del marito e, se tale censura fosse accolta, rimarrebbe assorbito il motivo del ricorso principale circa il risarcimento del danno per tale violazione.
 Con il primo motivo, il ricorrente incidentale lamenta violazione e falsa applicazione e degli artt. 360 c.p.c. n° 3 e 5 e 2687 c.c. per insufficiente motivazione, avendo il Giudice addebitato automaticamente a lui la separazione, in assenza di prove a suo carico e senza esaminare le reciproche condotte dei coniugi.
Il motivo va rigettato, in quanto infondato.
L’obbligo di fedeltà è sicuramente impegno globale di devozione, che presuppone una comunione spirituale tra i coniugi, volto a garantire e consolidare l’armonia interna tra essi (in tale ambito, la fedeltà sessuale è soltanto un aspetto, ma sicuramente, rilevante). Quanto all’addebito, esso sussiste se vi siano violazioni degli obblighi matrimoniali, di regola gravi e ripetute, che diano causa all’intollerabilità della convivenza. (ciò anche per l’obbligo di fedeltà, come per qualsiasi altro obbligo coniugale). (Al riguardo Cass. n. 17193 del 2011).
Quanto al vizio di motivazione, il ricorrente incidentale, nella sostanza, introduce profili di fatto, in suscettibili di controllo di questa sede, in contrasto con le indicazioni della sentenza impugnata, sorretta da motivazione adeguata e non illogica. Afferma il Giudice a quo la sussistenza di nesso causale tra il deterioramento del rapporto e il comportamento del F. che aveva instaurato una stabile relazione con un’altra donna (significativamente seguita dall’allontanamento del F. stesso dalla casa coniugale e dall’inizio di una convivenza more uxorio, dopo aver ricevuto la notifica del ricorso di separazione), posto che, anteriormente ad essa, la vita matrimoniale - continua il Giudice a quo - era assolutamente normale, con atteggiamenti anche affettivi tra i coniugi e condivisione di vacanze estive e invernali.
Si esamina pure la deposizione del teste F.S., fratello dell’odierno ricorrente incidentale, che parlava, unico tra i testi escussi, di frequenti contese tra i coniugi, in conseguenza del carattere litigioso della B. (ma, correttamente, la sentenza impugnata precisa che la mera litigiosità non potrebbe dar luogo ad alcun addebito, ed essa, del resto, forse derivava dalla consapevolezza o dal sospetto - poi rivelatosi fondato - della relazione del marito).
Con il secondo motivo, il F. lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 360 n° 3 e 5 c.p.c. e 2697 c.c., per la insufficiente e contraddittoria motivazione, avendo il Giudice confermato la sua condanna a corrispondere la somma di £. 50.000.000 alla moglie che aveva asserito, senza alcuna prova, di averla anticipata a favore del marito per l’acquisto di un appartamento. Il motivo va rigettato, in quanto infondato.
Anche il tal caso, il F. introduce motivi di fatto, in contrasto con quanto indicato dalla sentenza impugnata, sorretta da motivazione adeguata. Dal contesto motivazionale, emerge, seppur sinteticamente, che sulla base della documentazione prodotta, risulta il prestito di £. 50.000.000, l’originaria somma impegnata ed anticipata dalla B., non risultando invece l’esborso di somma maggiore (si richiamano evidentemente, ancorché per implicito, le argomentazioni della sentenza di primo grado, ove si precisava che la B. aveva destinato la provvista di vari assegni ad uno degli intestatari dell’immobile acquistato, e spettava semmai al F. dimostrare altro rapporto tra la moglie e il prenditore dei predetti assegni). Quanto ai principi di solidarietà familiare, invocati dal ricorrente incidentale, è bensì vero che l’obbligo di contribuzione durante la convivenza familiare sussiste in relazione alle sostanze e alle capacità di lavoro professionale e/o casalingo di entrambi i coniugi ed è volto a soddisfare i bisogni della famiglia, ma è altrettanto vero che, soprattutto in relazione ad attività ed operazioni economiche e straordinarie, come l’acquisto di un immobile, ben possono costituirsi rapporti di debito e credito tra i coniugi, come tra qualsiasi altro soggetto.
Con il terzo motivo, il F. lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 360 n° 3 e 5 c.p.c. e 2697 c.c., per insufficiente e contraddittoria motivazione circa l’assegnazione dell’intera casa coniugale, comodamente divisibile tra i coniugi, interamente alla B.
Il motivo va rigettato, in quanto infondato.
Ancora una volta, vengono introdotti profili di fatto, in contrasto con le indicazioni della sentenza impugnata. Con motivazione essenziale e stringata, ma adeguata, il Giudice a quo esclude la divisione della casa coniugale (non si tratta peraltro di inammissibilità della domanda, come sembra affermare il ricorrente incidentale). Questa è stata correttamente assegnata alla B., con collocamento in essa delle due figlie minori.
L’assegnazione della casa coniugale, ai sensi dell’art. 155 quater c.c., va effettuata “tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli”, (per tutte, Cass. n. 16802 del 2009). Ritiene la Corte di Merito (riferendosi esplicitamente alla posizione delle figlie minori, che abitano nella casa coniugale, e richiamando, ancorché implicitamente, le argomentazioni della sentenza di primo grado) che il “vissuto” delle minori stesse, le relazioni, gli interessi sviluppati, i bisogni attivati escludano, nel loro preminente interesse, una divisione della casa stessa che comporterebbe una notevole limitazione del loro spazio di vita.
Con il quarto motivo, il ricorrente incidentale lamenta violazione degli artt. 360 n° 3 e 5 c.p.c. e 2697 c.c. per insufficiente e contraddittoria motivazione, avendo il Giudice confermato una differenza di importo degli assegni di mantenimento per le figlie. Non si comprende bene se il ricorrente censuri soltanto la distribuzione dell’assegno tra le figlie ovvero ne richieda una diminuzione dell’importo. Se così fosse, il ricorso sarebbe non autosufficiente, perché privo di ogni motivazione al riguardo. Quanto alla predetta “distribuzione”, la Corte di merito, con motivazione adeguata e logica, valuta preminenti le esigenze della figlia maggiore di età rispetto all’altra, secondo quanto più frequentemente accade, ed in mancanza di specifiche indicazioni, circa particolari esigenze e bisogni delle figlie, da parte dei genitori.
Il motivo va dunque rigettato, in quanto infondato.
Conclusivamente, va rigettato il ricorso incidentale.
Quanto al ricorso principale, con il primo motivo, la ricorrente lamenta insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza impugnata, in punto esclusione dell’assegno di mantenimento a suo favore, nonché violazione e falsa applicazione dell’art. 156 c.c.
Il motivo è fondato.
Secondo orientamento ampiamente consolidato, (per tutte, Cass., n° 6698 del 2009) ai fini della determinazione dell’assegno di separazione (o di divorzio), l’inadeguatezza dei redditi del coniuge va commisurata al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale: accertato il quale, dovrà il giudice verificare se i mezzi economici, a disposizione del richiedente, gli permettano di conservarlo e, in caso negativo, procederà alla valutazione comparativa dei mezzi a disposizione di ciascun coniuge.
La sentenza impugnata, da un lato, ha accertato la sussistenza di un tenore di vita elevato durante la convivenza matrimoniale (ciò giustificherebbe, a suo dire, la determinazione dell’assegno per le figlie minori, di importo piuttosto elevato), dall’altro, con una motivazione insufficiente e, almeno in parte, contraddittoria, ha precisato che la B. non avrebbe dimostrato la propria inadeguatezza dei redditi, svolgendo attività lavorativa retribuita, “non essendo quindi provato che essa non sia in grado di mantenere il tenore di vita precedente”. Null’altro aggiunge il Giudice a quo, senza verifica alcuna sui mezzi economici del coniuge richiedente l’assegno, quasi che un’attività lavorativa qualsivoglia (nella specie, sembra pacifico che la moglie lavori part time presso un ente pubblico; diverge al contrario la valutazione su ulteriori redditi e proprietà in capo all’uno e all’altro coniuge) escluda di per sé sola l’assegno di mantenimento di separazione. Con il secondo motivo, la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 143 c.c., in combinato disposto con l’art. 2043 c.c., nonché il vizio di motivazione, in relazione all’esclusione di responsabilità aquiliana del F., per violazione dell’obbligo di fedeltà matrimoniale.
Il motivo è fondato.
Afferma la sentenza impugnata che la condotta del F. non sarebbe “antigiuridica”. La domanda di risarcimento del danno contrasterebbe con il diritto del coniuge di perseguire le proprie scelte personali, soprattutto in conseguenza “della legge che ha eliminato il carattere illecito dell’adulterio”: il desiderio di “libertà e felicità” del F., pur comportando disgregazione della famiglia, sarebbe sanzionato con l’addebito della separazione, ma non potrebbe configurarsi quale fonte di risarcimento dei danni. Non tiene conto, il Giudice a quo dell’evoluzione giurisprudenziale di questi anni, di merito e legittimità l’affermarsi e l’estendersi di uno dei fenomeni sicuramente più rilevanti nella vicenda più recente del diritto di famiglia; l’introduzione della logica e dei metodi della responsabilità civile nel rapporto tra coniugi e tra genitori e figli, che del resto, si inserisce nel più generale ampliamento dell’area della responsabilità aquiliana.
Significativamente la sentenza impugnata parla di legge che ha rifiutato il carattere illecito dell’adulterio (si riferisce, evidentemente, alle notissime sentenze della Corte Costituzionale che avevano dichiarato l’illegittimità dei reati di adulterio e concubinato) quasi che, ancor oggi, i danni non patrimoniali siano soltanto derivanti da ipotesi di reato. Quanta Corte ha avuto modo di precisare ripetutamente che la violazione di diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti, anche ai sensi dell’art. 2 Cost., incidendo su beni essenziali della vita, dà luogo a risarcimento di danni non patrimoniali (per tutte, Cass. nn. 7281, 7282, 7283 del 2003). E’ vero che una parte della dottrina ha definito il nuovo orientamento giurisprudenziale “illiberale”perché punirebbe ulteriormente il coniuge (magari già sanzionato dalla dichiarazione di addebito), con la “creazione” di diritti assolutamente inesistenti, non essendovi alcuna violazione del principio del neminem laedere.
Va precisato che la responsabilità tra coniuge o del genitore nei confronti del figlio, non si fonda sulla mera violazione dei doveri matrimoniali o di quelli derivanti dal rapporto di genitorialità, ma sulla lesione, a seguito dell’avvenuta violazione di tali doveri, di beni inerenti la persona umana, come la salute, la privacy, i rapporti relazionali, etc. (al riguardo, più in generale, Cass. n. 9801 del 2005 e, specificatamente sull’obbligo di fedeltà, Cass. n. 18853 del 2011, n. 610 del 2012). Si riteneva altresì, come ancora afferma il Giudice a quo che l’addebito, strumento peraltro più sanzionatorio che risarcitorio, non soffrisse la cumulabilità di ulteriori risarcimenti, salvo che vi fossero specifici danni patrimoniali, per i quali il coniuge avrebbe potuto ovviamente essere ritenuto responsabile (ad es. se egli avesse, con il suo comportamento, arrecato perdite al patrimonio dell’altro coniuge); ovvero - ipotesi del tutto differente - il coniuge arrecasse danno all’altro, prescindendo dalla sua qualità in quanto mero soggetto danneggiante, come qualsiasi estraneo (ad es. con la propria guida spericolata). Al contrario, come si diceva, secondo il nuovo orientamento, rileva proprio la sua qualità di coniuge e la violazione di obblighi nascenti dal matrimonio che, da un lato è causa di intollerabilità della convivenza, giustificando la pronuncia di addebito, con gravi conseguenze, com’è noto, anche di natura patrimoniale, dall’altro, dà luogo ad un comportamento (doloso o colposo) che, incidendo su beni essenziali della vita, produce un danno ingiusto, con conseguente risarcimento, secondo lo schema generale della responsabilità civile.
Possono dunque sicuramente coesistere pronuncia di addebito e risarcimento del danno, considerati i presupposti, i caratteri, le finalità, radicalmente differenti.
Nella specie, afferma il Giudice a quo, che la relazione del F. “non ha assunto carattere ingiurioso per la B. o manifestazioni rilevanti di disdoro” per essa. Egli non considera peraltro, anche solo eventualmente per confutarle, le incidenze, allegate dalla B., del comportamento del marito sulla salute, sulla privacy, sulla reputazione, etc.
Va conclusivamente accolto il ricorso principale, rigettato quello incidentale, cassata la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’Appello di Ancona, in diversa composizione, che si atterrà a quanto sopra indicato e pure si pronuncerà sulle spese del presente giudizio.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso principale, rigetta quello incidentale; cassa la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’Appello di Ancona, in diversa composizione, che pure si pronuncerà sulle spese del presente giudizio.



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